MATTANZA



coreografia di
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Produzione:
Reggio-Parma Festival, R.E.D. 2002, V Memorial Alberto Sassi |
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ATTO UNICO IN TRE PARTI Prima
parte: Costumi:
Alessio Rosati
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Coreografia
Prima Classificata al 17° Concorso Internazionale per Coreografi di Hanover
14
. 15 giugno 2003

| ""Senza
uomini, senza maschere e senza rete, è anche "Mattanza",
che spunta fuori dai labirinti della memoria e trova la sua identità
grazie ad uno spunto casuale: un documentario televisivo sulluccisione
dei tonni.
"Homo homini hynnus". Ovvero: luomo, tra gli uomini, e per mano di altri uomini, fa la fine del tonno nella tonnara. Questo deve avergli suggerito, e parafrasato, il suo istinto guaglione. Eccoli questi corpi di uomini trattati come bestie, ogni identità smarrita: corpi da pescare nellaggancio sessuale; corpi da usare per lautomutilazione e lomogeneizzazione estetica; corpi da ammassare nellannullo selettivo per etnia o religione; corpi da citazione numerica nelle cronache televisive; corpi senzanima, senza più volto, senza più storia. Corpi che, anche nei più solidi rapporti quotidiani, dal lavoro al sentimento, si prendono, si usano e si lasciano, fuori uno sotto laltro. La mattanza, pesca dei tonni, rende bene lidea, "perché è molto più crudele di una semplice pesca. Il pesce è arpionato mentre è allinterno del suo elemento, il mare. Poi viene sbattuto dentro la barca come un numero". Barca come tavolo dobitorio, mare come mondo, tonni come uomini: almeno sulla carta, il gioco drammaturgico è impostato. Il balletto vive di tre diverse parti costitutive, legate da un unico filo conduttore. La prima, sui venti minuti della Passione secondo Giovanni, di Johann Sebastian Bach, mescolata ai ritmi oltraggiosi dei tamburi africani, vede sfilare figure prive dogni bella linea, tra posture e iconografie che ricordano le statue di santi e martiri del Mezzogiorno, votate allesasperazione del gesto. La torsione pulsante dei movimenti è invece rubata al mondo animale, come se i danzatori vivessero dentro di sé gli ultimi spasmi del tonno (delluomo), che salta per riconquistare la libertà, la vita. Quello stesso impulso, riportato in verticale, si concentra sullintenzione, sullesplosione del respiro, sullinvocazione daiuto. È qui che, ancora una volta, Susanna Giarola, la musa per elezione di Michele Merola, sullAgnus Dei diventa "una sorta di Addolorata dei nostri giorni, che prende su di sé tutte le brutture del mondo, e ne chiede perdono".
Un golfo di quiete salvifica gli estenuati danzatori lo raggiungono solo nellultima parte, grazie a Tabula rasa, costruito sul brano omonimo di Arvo Paart, per una sorta di pacificazione. Che resta priva di gioia, però, e dove, tra un fotogramma e laltro, si fa strada infine l'ultima speranza: un tentativo rasserenante di convivenza, di accettazione dellaltro.
Gli piace Bach, ma frequenta anche Beethoven. E ritorna volentieri ad Arvo Paart, del quale ha utilizzato a più riprese le suggestioni sonore. Michele Merola, coreografo, ha con la musica un rapporto di empatia profonda, interiorizzato e viscerale. Così forte e immediato da mettere volentieri da parte sofismi cerebrali architettati a tavolino. Proprio lui, che, cogitatore furibondo, è diventato coreografo perché non sufficientemente appagato dalla pratica performativa, ansioso di dipingere il mondo che gli (ci) scorre intorno. Se le note sono scelte demblé, a queste corrisponde una danza che, ad ogni appuntamento, lascia correre il sangue vero delle emozioni: a fiotti, a fiumi, senza pudore. Incapsulati nel movimento, e poi restituiti alla vita, sono stati animo che si percepiscono a pelle, insufflati da spinte potenti denergia. Talvolta, nelle sue coreografie, Merola li inchioda per un secondo nel fermo immagine, e subito dopo li frulla con gesti dove lievita una teatralità voluminosa, con movimenti che annusano e "sentono" naturalmente la musica, mentre penetrano laria con la determinazione duna scimitarra. Profeta non violento, senza barba e senza parole, sostituite dalla danza, persona gentile e civile, colmo di quella gioviale letizia che ogni cartolina partenopea ci invia dal lontano passato, Merola è unesploratore feroce delle relazioni interpersonali, che azzanna alla iugulare senza tanti complimenti. Per lui la danza è, da una parte, un megafono, dove urlare il proprio disagio nella percezione di un mondo che si guasta ogni giorno di più. Dallaltra parte usa Tersicore come una bacchetta magica, da scuotere fortemente, nel tentativo di cambiare lo stato delle cose, e, soprattutto, di avvicinare la stessa danza al sentire più autentico e comunicativo dellesistenza. Della fenomenologia della condizione umana Merola ha fatto la propria catechesi, la propria missione sine conditio. La pone costantemente al centro del suo mondo, lanalizza e la invoca nel nome duna profondità e verità di sentimenti che lartista avverte ormai smarrite intorno a sé, tra fragilità, finzioni, vuoti di fiducia e credibilità, supponenze varie, artificiosità di atteggiamenti e problemi."" Ermanno Romanelli |
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